Ruthy Alon ideatrice e sviluppatrice
del programma Bones For Life

Conoscere il movimento

Una delle caratteristiche di questa epoca è il percorso interdisciplinare che molti terapeuti del corpo hanno intrapreso nel campo dello sviluppo. Questo percorso attinge dalle neuroscienze alla biomeccanica, dalla teoria dei sistemi dinamici all'embriologia evolutiva alla psicologia. La sintesi che ne risulta non solo offre nuova conoscenza ma anche nuovi modi di vedere ciò che è già conosciuto in generale nell’area dello sviluppo umano, in particolare nel lavoro con i pazienti, dalle loro esperienze del movimento durante tutta l’età dello sviluppo fino al momento dell’incontro terapeutico. Prima di questo, il mio interesse era quello di dare una risposta al dolore o al disagio corporeo, poi di accrescere la consapevolezza, di prestare l’attenzione ai piedi, l'allineamento, di incoraggiare a piegare e stendere le ginocchia, la postura in piedi, seduta, ecc... così che loro potessero muoversi in modo più funzionale o almeno diventare coscienti di ciò che impediva loro di fare questo. Notavo comunque che durante le sedute avvenivano cambiamenti critici nella loro esperienza, spesso caratterizzati da emozioni inaspettate.
Dopo quattro anni di formazione Feldenkrais “Conoscersi attraverso il movimento” la mia sfida è stata quella di integrare gli schemi funzionali. I miei sforzi di riunire questi fili dinamici, dai princìpi di un’organizzazione nella prima infanzia fino a quelli dell’adulto, è emerso un diverso approccio alla terapia. Da ciò deriva la necessità di "abitare" il proprio corpo al fine di integrarli ed armonizzarli con l'ambiente in cui viviamo. Purtroppo è atteggiamento diffuso nelle più comuni attività ginnico-sportive dare maggior importanza alla prestazione piuttosto che alla percezione e all’espressione di sé e dei propri ritmi.
Il corpo è troppo spesso vissuto come efficiente strumento di adeguamento a modelli agonistici, estetici...

La conoscenza attraverso il movimento implica diversi aspetti:
· ristabilire la connessione di se stessi, al fine di trovare il proprio centro e l’unità del nostro essere (unità tra le varie parti del corpo, tra corpo e mente, tra emozioni ed azioni;
· utilizzare movimenti semplici, integrati al respiro, che più facilmente possono condurre a movimenti nuovi, sempre più liberi da schemi precostituiti;
· rispettare i propri limiti, vivendoli come opportunità di crescita creativa della nostra espressività, anziché come barriere da infrangere in continua sfida con se stessi;
· ricercare perciò nel movimento il proprio ritmo, l’ampiezza più comoda, la durata più opportuna, il proprio piacere come espressione della pulsione profonda, origine della vitalità e fonte di conoscenza istintiva.

La differenza non è curarsi con un metodo o con un altro, tra lasciare accadere le cose o intervenire attivamente, ma piuttosto nel riguardo con cui ci si dispone verso ciò che si manifesta tramite il corpo. Creare le condizioni per cui la persona possa accorgersi di come cambia il suo organismo attraverso un uso appropriato del corpo; il tutto diventa un’esperienza di conoscenza che va ad arricchire le proprie capacità di autoregolazione. Un organismo complesso come quello umano è di fatto un’ecosistema totale che tende ad auto-correggersi spontaneamente e a preservare la propria integrità e stabilità tenendo conto degli effetti di ogni azione.

In base alle mie ricerche, e soprattutto alla mia esperienza pratica, postura, respirazione e portamento sono tre aspetti fortemente intersecati del nostro modo di essere; sono talmente inscindibili che ogni esercizio che produce effetti su uno di questi elementi non può non produrne sugli altri. Sono talmente inscindibili che, ai fini di una più esatta comprensione, conviene utilizzare un termine unico che si riferisca ad un concetto unico comprensivo dei tre elementi (postura, respirazione e portamento): utilizzeremo il termine “integrazione funzionale”.


Giovanna Bucciarelli


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